Il giovane Lorenzo si ritrova iscritto ad ingegneria perché figlio di ingegneri, ma la matematica gli sembra un mondo astratto. Non sa cosa vorrebbe fare da grande e nel frattempo fugge dall’amore di Valentina, la sua fidanzata, per inseguire Nora, una cantante innamorata di sé stessa e della sua voce. Tra timori, fughe e passioni, Lorenzo incontra il professor Primo che lo instrada quasi per incanto alle sfide della matematica teorica che diventa arte agli occhi del ragazzo,gioia intuitiva e solitaria. Ora i numeri hanno un senso e il loro linguaggio parla di un mondo tanto astratto quanto passionale, come la vita stessa che diventa sentimento, misterioso e necessario, spesso insondabile, come l’amore.
Non la biografia ma il mito di Fred Buscaglione e le sue “Criminal songs”, dense di ironia e ambientate tra i duri della Chicago di Al Capone, sono lo spunto di partenza per una storia del tutto inventata.
In un’immaginaria divisione tra l’artista e la sua maschera, il giovane Ferdinando ha un sogno frustrato: unire lo swing americano con la melodia italiana. Una sera, in piena crisi creativa e sentimentale, incontra il diavolo di nome Freddy, che tutto può e che gli offre l’occasione di trovare lo stile giusto in cambio dell’anima. Uno spettacolo coinvolgente e ricco di divertenti situazioni, che punta su una regia basata sul ritmo e la fluidità del racconto, il tutto sostenuto dalle musiche eseguite e cantate dal vivo da Andrea Murchio; musiche presenti con la loro forza trascinante, con le loro atmosfere romantiche o ironicamente aggressive; la grande musica di Fred Buscaglione, con il loro carattere a volte giocoso, a volte un po’ malinconico. Musiche certamente di grande suggestione, e grazie alle quali si viene coinvolti in un racconto in cui la musica, i sentimenti, l’amicizia, la funzione a volte demiurgica dell’Arte sono i veri temi di questa gradevole storia affidata a due attori capaci di completarsi a vicenda.
Alessio, Silvano e Federico, vivono da soli in un appartamento e fanno parte di un progetto di casa famiglia per ora affidato solo a loro tre. Sono assistiti da un educatore, Giampiero, loro punto di riferimento fisso per ogni dubbio o controversia pratica, per il resto si dividono i compiti equamente e ciascuno secondo le proprie capacità.
“Presenta un ritardo mentale medio e note di instabilità comportamentale caratterizzate da nevrosi d’ansia che gli rendono difficile affrontare una situazione di vita quotidiana e sperimentare le autonomie personali e sociali, che pur parzialmente ha acquisito. Per questo si rende necessario predisporre forme di inserimento protetto e mediato da figure adulte competenti. Questo elemento va sempre tenuto presente, insieme al ritardo di base, come fattore invalidante, nella valutazione delle sue condizioni oggettive”
Silvano. (dalla sua cartella clinica)
“Presenta un ritardo mentale medio con organizzazione nevrotica della personalità. Possiede una buona memoria sia a breve che a lungo termine. Riesce a svolgere semplici problemi della vita quotidiana. Ha acquisito le strumentalità del leggere e dello scrivere, senza però padroneggiarle completamente ed utilizzarle per ulteriori apprendimenti. Ha un basso grado di tolleranza alle frustrazioni: di fronte a queste a volte reagisce chiudendosi in se stesso ed estraniandosi, altre volte con atteggiamenti di eccessiva verbalizzazione. Non riesce a discriminare le proprie potenzialità, in contesti dove è forte il confronto con i coetanei, tende a esaltarsi o a sottovalutarsi”.
Alessio. (dalla sua cartella clinica)
“Presenta un ritardo mentale medio con immaturità affettivo-relazionale ed una condizione costante di ansia. Presenta nella sfera dell’autonomia picchi di buona competenza associati a cadute notevoli: ad esempio va a fare la spesa ma non conosce il valore del denaro. La motricità è caratterizzata da goffaggine. Non è in grado di elaborare più stimoli contemporaneamente. L’attenzione è di breve durata indipendentemente dal tipo di stimolo proposto. Ha capacità di memorizzare gli eventi legati al proprio vissuto. L’atteggiamento ansiogeno gli procura tic evidenti al volto, un’accentuata gestualità, una difficoltà del controllo respiratorio che gli procura inceppamenti nella pronuncia delle parole che supera con l’uso di intercalari, un’eccessiva verbalizzazione ed una continua ricerca di approvazione, di giustificazione, di gratificazione”.
Le contraddizioni, le aspirazioni e i drammi della vita, visti attraverso gli occhi di tre ragazzi ospiti di una comunità per disabili. Federico, Silvano e Alessio hanno capacità intellettuali troppo limitate per governare appieno la complessità dell’esistenza. Eppure lottano per superare i propri limiti, alla conquista del diritto ad un poco di felicità. Il mondo oltre le mura della comunità protetta è affollato di personaggi che mai compaiono in scena. Conosciamo le loro vicende solo attraverso le voci riportate dei tre protagonisti. Così apprendiamo di arresti, fughe, furti, ricettazioni, tradimenti, incidenti mortali. Fatti che coinvolgono i tre protagonisti loro malgrado, amplificandone le nevrosi e le fragilità.
A vivere la vita vera sembra che siano gli altri, i forti, gli intelligenti: i genitori dei ragazzi, gli educatori, i colleghi del magazzino presso il quale fanno un tirocinio lavorativo, i carabinieri che indagano sui furti in quel magazzino, e poi l’inquieta Susanna, la ragazza madre che intenerisce i sogni dei tre, e Giuseppe, il bullo motorizzato che spingerà la commedia verso il dramma. Forse davvero i tre ragazzi vivono attraverso le vite degli altri. O forse, che cosa davvero sia la vita, è questione difficile da decidere. E Palladino, che da artista rielabora così la propria esperienza di educatore teatrale presso una comunità di disabili, ci sfida a cambiare il nostro punto di vista, a guardare le cose cogli occhi dei semplici e a restituire valore e dignità a ciascuna delle possibili, infinite avventure umane.
affermava il Duce Benito Mussolini nel dare il via all’opera di sventramento e demolizione degli insediamenti urbani del centro storico; l’obiettivo era di ridisegnare un nuovo profilo all’urbe romana in linea con l’immagine imperiale che si voleva dare. Dal 1924 al 1937 il governo realizzò dunque le borgate ufficiali di edilizia popolare affidate allo I.C.P., Istituto Case Popolari, nella zona dell’Agro Romano, in cui trasferirvi forzatamente i residenti delle vecchie case del Centro Storico in via di demolizione. Questi, molto spesso artigiani con abitazione sopra la bottega vennero dunque sradicati dal loro ambiente e trasferiti fuori dalla città, secondo le disposizioni del regime che concepiva i nuovi insediamenti come case rurali per novelli contadini. Questa migrazione comandata dall’alto portò di fatto ad un disorientamento drammatico, seppur concepita per migliorare le condizioni abitative dei suoi abitanti.
Inoltre, nella fretta di portare a termine la grande opera di trasformazione urbana, realizzata in poco più di un decennio, molti sbaraccati in attesa di nuova sistemazione vennero ospitati in via “temporanea” in quattro “Alberghi Suburbani” alla Garbatella, realizzati secondo le modalità mutuate dall’architettura collettivista dell’epoca e disciplinati da rigide regole di convivenza collettiva. Di questi il più conosciuto è l’Albergo Rosso che tuttora conserva il suo colore originario e che ha dato vita ad uno spettacolo scritto da Pierpaolo Palladino, basato sulle testimonianze vive degli anziani “albergaroli” dell’epoca e interpretato da Ninetto Davoli.
Da questo spettacolo il regista Francesco Albanese ha realizzato per Teleroma 56 il documentario “Gli alberghi della Garbatella” che proponiamo con interviste agli anziani testimoni che vissero quegli avvenimenti abitando proprio all’albergo Rosso e agli attori della compagnia che ha realizzato lo spettacolo.