Il Pellegrino – Video
Al Pacino – Quando il mito ti siede accanto!
Al Pacino
un racconto scritto e diretto da
Pierpaolo Palladino
con
Cristina Aubry
Musiche tratte dalla trilogia de “Il Padrino” di Nino Rota, e altri brani di Dean Martin
Può un mito restare tale anche se dallo schermo del cinema viene a sedere vicino a te? E’ possibile avere un rapporto ravvicinato, per quanto fortuito sia, con un divo che si è adorato fino a poco prima?
La vicenda comincia con Clara, una ragazza romana, che si presenta a Cinecittà a proporsi come comparsa per il set del famoso film “Padrino parte III” diretto da Coppola e interpretato da Al Pacino. Lei è solo un volto nella folla, ma casualmente si imbatte proprio nel divo a cui fa una tale impressione da essere assunta alle sue dipendenze come segretaria particolare. Si troverà quindi per tutto il periodo delle riprese a vivere fianco a fianco con lui e con il suo cane Lucky Boy, a gestirne il camerino e ad essere il filtro tra lui e il resto del mondo. Una responsabilità semplice quanto angosciante per una ragazza non in carriera, che bada al proprio dovere come unica ancora di salvezza in un mondo a lei estraneo. L’orgoglio della ragazza e le ritrosie di Al fanno nascere tra i due di volta in volta slanci di tenerezza e senso di disagio, che aumentano col passare dei giorni, via via che la confidenza tra i due rischia di farsi più intima.
Il mito è tale se contemplato a distanza, da vicino resta solo l’uomo. E’ qui che nasce la storia di un rapporto singolare ma possibile, basato su una vicenda realmente accaduta.
Il testo tradotto in polacco è stato presentato alla rassegna Viva l’Italia organizzata dall’istituto di cultura italiana di Varsavia:
La signora in blues – lo spettacolo
Una sera ad una festa incontra un importante gerarca, responsabile per la censura, che diverrà il suo padrino e la avvierà ad un’importante carriera radiofonica. Con il nome d’arte di Elsa De Rubis, il suo tenore di vita cambia e la giovane donna va a vivere in un appartamento nell’elegante quartiere Trieste dove gestisce il successo quale nuova rivelazione canora dell’italico impero. Ma il successo come voce del regime è nulla in confronto alla scoperta del Blues che le si rivela come una porta spalancata direttamente sulla sua anima. Il blues per lei è anche la scoperta di un sassofonista, Sante detto Sam, italo-americano, figlio di un sarto che lavorava a Brooklyn e confezionò un vestito a Louis Armstrong. Sam la fa cantare con una jam session iniziandola a quella Black Music mal sopportata dal regime ma segretamente ammirata anche dal gerarca.
La signora in blues
di Pierpaolo Palladino
da un’idea di Bruno Maccallini
con Cristina Aubry e i Musical Story trio
Musiche di Pino Cangialosi
con brani di Duke Ellington, Cole Porter, Billie Holiday
Regia di Pierpaolo Palladino
Che cos’è ?
La signora in Blues è un racconto “musicale” in cui a una stessa attrice sono affidati tutti i personaggi di una storia rievocata attraverso il testo e la musica.
La vicenda si basa sull’incontro e lo scontro fra le ambizioni sociali di una donna in carriera e quelle anarchiche dell’artista che è in lei, tra la musica e la retorica di regime ed il Blues che giunge dal nuovo mondo, sullo sfondo di una Roma a cavallo tra gli anni trenta e gli anni quaranta. Tre sono (tra gli altri) i personaggi interpretati da Cristina Aubry: Bruna, protagonista della storia, giovane cantante in carriera, Paolacci, gerarca responsabile della commissione di censura, innamorato di lei, che la protegge e le spiana la strada al successo e Sante, detto Sam, sassofonista italo americano, di cui è lei ad innamorarsi e che la inizia alle vibrazioni dell’anima Soul.
Bruna, ragazza emiliana, arriva a Roma nel ’38 come impiegata alla Snia Viscosa e va ad alloggiare presso dei parenti in un palazzone popolare dove si divide fra il lavoro e le lezioni di canto. Sogna di diventare una stella della radio e tenta un’audizione all’EIAR, ma le difficoltà sono evidenti per una ragazza di provincia come lei che seppur ambiziosa può vivere solo ai margini della vita artistica della capitale.
Una sera ad una festa incontra un importante gerarca, responsabile per la censura, che diverrà il suo padrino e la avvierà ad un’importante carriera radiofonica. Con il nome d’arte di Elsa De Rubis, il suo tenore di vita cambia e la giovane donna va a vivere in un appartamento nell’elegante quartiere Trieste dove gestisce il successo quale nuova rivelazione canora dell’italico impero. Ma il successo come voce del regime è nulla in confronto alla scoperta del Blues che le si rivela come una porta spalancata direttamente sulla sua anima. Il blues per lei è anche la scoperta di un sassofonista, Sante detto Sam, italo-americano, figlio di un sarto che lavorava a Brooklyn e confezionò un vestito a Louis Armstrong.
Sam la fa cantare con una jam session iniziandola a quella Black Music mal sopportata dal regime ma segretamente ammirata anche dal gerarca.
Divisa così fra l’amore per il musicista e la protezione dell’uomo di potere Bruna alias Elsa cerca di unire l’ambizione pubblica con le aspirazioni private, ma lo scoppio della guerra e il successivo sbarco degli alleati la costringeranno ad una scelta lacerante.
In scena un pianista, un sassofonista e un contrabbassista affiancano l’attrice che, con l’aiuto di pochi elementi scenici rievoca teatralmente le varie atmosfere proposte, entrando ed uscendo dai vari personaggi, in un’alternanza continua del piano narrativo con quello dialogato. L’intento è quello di seguire una linea drammaturgica sempre più seguita in Italia, che privilegia il piano evocativo, squisitamente teatrale, rispetto al bombardamento di immagini a cui siamo ormai obbligati ogni giorno.
Le canzoni proposte nello spettacolo:
“Ti dirò”
“Baciami piccina”
“Quel motivetto che mi piace tanto”
“Night and day”
“All of me”
“My solitude”
“This foolish thing’s”
Il Pellegrino – Rassegna Stampa
IL TEMPO
Wertmuller e i controsensi della Roma papalina
Tiberia De Matteis – Proposto sempre con successo di stampa e pubblico, questo lavoro parla con cognizione e sapienza del passato, ma si cala con agilità e lungimiranza nel presente, ricorrendo a un linguaggio, ovvero il romanesco colto e popolare, sul cui recupero Pierpaolo Palladino lavora da anni nel suo indefesso impegno drammaturgico e scenico. Da solo sulla scena un encomiabile, poliedrico e multiforme Massimo Wertmuller da voce, corpo e volto a i numerosi protagonisti, sia uomini che donne, arrivando a svelare ed esaltare le infinite potenzialità della recitazione teatrale. All’essenzialità degli elementi scenografici supplisce l’immensa creatività allusiva della parola affidata alla consapevolezza interpretativa e all’empatia con gli spettatori.
LA REPUBBLICA
Rodolfo di Giammarco – C’è un mistero di inflessioni dialettali, di popolari sordidezze, e di romanzesche identità nel gran bel lavoro che Massimo Wertmuller svolge come attore alle prese con un folto mondo di personaggi appartenenti alla Roma papalina dell’Ottocento de “Il Pellegrino”. La trama ideata oggi non cede a bozzettismi in una sinfonia di toni passionali, disfattisti e fatalisti che tocca la sensibilità di zone segrete e non anacronistiche del teatro.
L’UNITA’
Francesca De Santis – Ecco uno di quei casi felici in cui il testo e l’attore si sposano perfettamente
vedendo Wertmuller seduto su quella sedia, non si può fare a meno di pensare al Marchese del Grillo, ad Albertone, e poi pensi anche a Manfredi, a Rugantino…Ma pensi anche a noi, alla nostra democrazia, al ruolo che forse ciascuno di noi dovrebbe avere.
TEATRO E CRITICA.net
Informazioni, immagini e sguardi critici dal mondo del teatro
Andrea Pocosgnich – Wertmuller conduce il monologo con brio, muta timbro, accenti e fisionomia (rischiando qua e là di scadere in fragili caricature) per interpretare tutti i personaggi che si nascondono tra le pieghe del racconto. Ad accompagnarlo un duetto musicale leggero e inappuntabile composto da fiati e percussioni. Scorre davanti agli occhi dello spettatore la Roma di Rugantino, ma anche delle celebri interpretazioni cinematografiche di Manfredi e di Sordi, nella prosa di Paladino si intreccia con leggerezza la parlata romanesca dell’epoca. Come nel miglior teatro di narrazione la sua è una parola che si fa immagine: gli scorci trasteverini, il Colosseo abbandonato alla natura rampicante, il Carnevale come festa dionisiaca del popolo e sberleffo anticlericale. Il messaggio dunque mantiene la sua forza e la sua attualità soprattutto in una società come la nostra nella quale siamo lontani dall’avere uno Stato laico e giusto.
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Il Pellegrino. L’immaginifico viaggio nel mondo romanesco di Massimo Wertmuller
Pino Moroni – La nudità del palco con solo una sedia e due musicisti Pino Cangialosi, autore delle suggestive musiche, (fagotto e percussioni) e Fabio Battistelli, (clarinetto) si riempie invece delle colorite maschere dell’attore Wertmuller e delle gustose scenette, con sipari che si aprono su feste popolari e nobili, ricchi saloni e misere osterie e sull’immensità della bellezza muliebre (Paolina Bonaparte) e di Roma, che come per altri è ‘femmina e ruffiana’. Nella storia c’è spazio anche per veraci napoletani come Sua Eminenza Caracciolo, datore di lavoro di Nino, milanesi come il Conte Enrico, nipote del prelato, spagnoli come il barbone di Castel Sant’Angelo e tedeschi (crucchi) come le guardie papaline.
Con gli applausi a scena aperta quando le parole ed il pathos di Wertmuller hanno creato atmosfere immaginifiche, come nel racconto del carnevale romano, delle serate danzanti, del discorso patriottardo all’osteria, dell’incontro con la banda bonaria del bullo locale ‘Rombo di tuono’. Ma il brano più bello e poetico è quello del Generale di quasi cent’anni, tutto carico di medaglie, ormai colpito da demenza senile, che crede di vedere in Ninetto suo figlio bambino e lo coccola, lo blandisce, con l’attore che sta al gioco ed esprime quella gamma di sentimenti tra identificazione e mistificazione che danno la dimensione della sua gran bravura. C’era Roma immortale, fuori del Teatro dell’Angelo, con le sue atmosfere, sempre le stesse, dopo circa due secoli.
DONNA 10.it – Un teatro nudo, profondo, essenziale, in grado di catturare e monopolizzare il pubblico, è quello che Massimo Wertmuller propone attraverso il racconto “Il Pellegrino”di Pierpaolo Palladino. In scena una sedia, due musicisti e la fantasia poliedrica dell’attore che vibra in ogni personaggio. Egli è in ognuno e ognuno è espressione di umana ricchezza e miseria. L’uso magistrale della sua voce, lo porta ad esplorare il folklore della lingua italiana, dando colore alla versatilità dei dialetti e fiato alle sue creature: da Ninetto il vetturino, al Monsignor Caracciolo, dal giovane Conte Enrico, fino alle insolite ed ironiche comparse che popolano il borgo della Caput Mundi. Una vicenda romantica, di tessitura politica che ci porta ad immaginare una Roma dell’Ottocento, al tramonto dell’età napoleonica. Storie di uomini tesi al riscatto dell’indipendenza e della libertà drammatizzano il risveglio di una coscienza nazionale italiana, fornendo un finale passionale, doloroso e di riflessione.
DAZEBAO NEWS.it
Elisabetta Castiglioni – Wertmuller è un “Fregoli della voce” nell’incursione dialettale dei molteplici personaggi descritti, dall’eminenza napoletana da cui Ninetto è a servizio, all’ingenuo e patriottico contino Enrico, che sbiascica un idioma veneto ricco di pause riflessive, dai toni sovracuti e contrappuntistici del bullo di quartiere “Rombo di tuono”, all’accento austro-ungarico permeato di romanità delle guardie sorveglianti, fino a raggiungere l’apice della sua versatilità d’attore nei tic vocali del vecchio generale colpito da Alzheimer che dialoga con Ninetto scambiandolo per il figlio, capolavoro di introspezione interpretativa non solo per le inconfondibili cadenze timbriche sonore, ma per l’afflato sincretico tra sguardo, gesto e postura. Ed è proprio la sinergia tra immedesimazione psicologica e straniamento affabulatore del performer a rendere i personaggi narrati in forme così dinamiche dei veri e propri ritratti d’Autore, in una gara di azioni sceniche che vivacizzano la Storia col Colore, trasformando gli ideali oggettivi in battaglie personali condite, in contesti e tempi premeditati, da giochi di squadra politico-territoriale.
Uno spettacolo, insomma, da vedere e rivedere per godere delle sfaccettature storiche di una Roma combattuta tra bonapartismo e clericalismo e apprezzare l’esemplare e felice compenetrazione lavorativa di autore-regista e attore, entrambi traghettatori di valori attuali attraverso una cultura popolare di cui, in quantità e maniere diversificate, è tuttora intriso ciascuno di noi.
SALT’INARIA.it
Michela Staderini – Una trama semplice che ben si presta però per offrire uno spaccato ricco e dettagliato dell’epoca, la società pontificia, i fermenti di rivolta e tutte le sfaccettature della vita di Roma del tempo rivivono attraverso le parole dell’autore e grazie alla scelta del dialetto e alle precise caratterizzazioni di personaggi, luoghi e situazioni. Lo spettacolo é un susseguirsi di tante microstorie, di scenette popolari e divertenti e altre dai toni più intensi e toccanti. Tutte però finiscono per racchiudere sempre dei piccoli e illuminati ritratti psicologici perfettamente centrati dall’autore.
KAOS PRESS
[Teatrandovicisi] Un pellegrino di epica bravura
Marcello Albanesi – “Sì, sì lo so me l’hai sempre detto: a fasse l’affari propri se campa cent’anni. Ma mo’ io me chiedo, dimme ‘n po’, gli affari propri quali so?”. Eccolo il succo, il nucleo di uno spettacolo straordinario che proietta lo spettatore in un tempo antico che pare così lontano, eppure così attuale. Praticamente ben poco è cambiato davvero da allora. Wertmuller non dà tregua, entra ed esce dai personaggi come un vero trasformista e non perde mai un colpo. Ed è bellissimo lasciarsi catturare da lui, abbandonarsi ai suoi racconti, è come vedere un film, tanto riesce a suggestionare. Ora sulla carrozza, ora nei vicoli di Roma, ora in mezzo al mercato per poi entrare in una osteria… La magia della Parola. Ha qualcosa del teatro elisabettiano tutto questo.
METROPOLIROMA.NET
Paola Conte – Da sempre attento scrittore delle tematiche storiche e sociali della propria città (www.raccontiteatrali.com), in questo testo spigliato e pervaso da un intenso senso della nostra Storia, Palladino s’immerge con disinvoltura nel dialetto romano, donando ad esso freschezza e lustro. Così, il romanesco scrollandosi di dosso i volgari orpelli del romanaccio, inflazionato e impoverito da tristi macchiette che affollano sgomitando schermi e palcoscenici, assurge in questo atto unico ad una parlata variopinta, godibile all’orecchio e tanto viva da squadernare sulla scena ben venticinque personaggi, tutti evocati, ma di più, diremmo tutti dati alla luce dal multiforme e camaleontico talento di Wertmuller. Che non si sottrae a declinare la propria voce nella parlata stradaiola e ruspante del cocchiere e dello zingarello, per poi virare d’improvviso nel dialetto milanese del nobiluomo ingenuo e sognatore. E pure non gli danno impaccio, le dame, Paolina Bonaparte, o le vecchiette, i bulli di quartiere o le spigolose guardie dal metallico accento germanico. La scrittura sgorga da ogni personaggio sempre vera e cristallina, ruscellando immagini insolite, gli occhi come due mele fulminate, liriche e assai spesso irresistibilmente ironiche. A contrappuntare scorrerie carbonare,promenades notturne, sbronze da osteria e corteggiamenti rocamboleschi le musiche eseguite dal vivo da Pino Cangialosi con Fabio Battistelli.










