Articolo di Attilio Scarpellini su La Differenza – La Battaglia di Roma

LA DIFFERENZA

Pierpaolo Palladino, una battaglia contro la Storia

di Attilio Scarpellini

Il singolo è solo schiuma sulle onde. (G. Buchner)

Ecco uno spettacolo, La battaglia di Roma di Pierpaolo Palladino, che potrebbe stare senza sfigurare su qualunque palcoscenico, ma che in nessuna cornice sembra più al suo posto come nella piazzetta del Lotto n. 12 della Garbatella, dove l’abbiamo visto: circondato dai palazzi con i panni stesi, sovrastato all’inizio da un azzurro ancora impallidito dalla calura, spiato sul finire da una luna a falce che nel cielo blu scuro reggeva il filo di un’unica stella. Qui “sora nonna” deve ancora essere una voce, un personaggio possibile, e l’eco della battaglia di Porta San Paolo forse non si è ancora spenta nella memoria dei muri, se non in quella ondivaga di qualche vecchio che all’epoca era poco più che un ragazzo. Qui il romanesco franco, acceso e poi temperato di ironia e quasi da una specie di dolcezza – per la fragilità della vita, non per altro – è ancora un suono familiare anche se a portarlo è il multiverso letterario coniato da Palladino per il suo poema solitario: endecasillabi e settenari, rime baciate, rime interno, verso libero. Il romanesco della vulgata scampata alla modernizzazione e quello della tradizione colta di Belli e Pascarella. E forse qui, persino, la logica vitalistica, creaturale, che ispira questa Spoon River della resistenza romana, dove i morti parlano e raccontano, mentre i sopravvissuti appaiono come angeli sul ciglio della morte, ha ancora una fragranza, un senso, una possibilità di essere intesa. Perché il torto più grande che si potrebbe fare a una ballata per attore solo (e musicisti tre) come La battaglia di Roma è di scambiarla per l’ennesima orazione di un teatro civile che punta dritto alla comunicazione di un significato politico. Franco, Franceschì come lo chiamano gli amici, è indisponibile alla retorica come lo è, fino al fondo della sua discesa negli inferi della guerra, alla morte: tutto il suo sogno è tornare al Quarticciolo o ritrovarsi con gli amici tra le onde non ancora inquinate del mare di Ostia. Come l’Eddie Carbone di Uno sguardo dal ponte, il “buon soldato” di Palladino non è “preparato ad avere un destino”: il cielo della sua vita non conosce visioni o trascendenze che non abbiano la vita stessa – la sua persistenza quasi vegetale, la sua eternità contadina avrebbe detto Pasolini – come orizzonte. E la scrittura di Palladino gli assomiglia: agitata dall’onda anomala dell’Evento – quando il 10 settembre del ‘43 i soldati della caserma del Castro Pretorio scoprono di dover difendere Roma dai tedeschi – non rinuncia a filtrarlo in uno sguardo singolare che, davanti ad esso, mantiene intatto il suo sbalordimento, la sua ottusità, la sua refrattarietà beffarda a lasciarsi divorare da quello che James Joyce chiamava senza mezzi termini “l’incubo della storia”. Così, la Battaglia è pur sempre un epos ma raccontato appunto alla romana – come la Scoperta dell’America di Pascarella – con un registro lirico che, deformando gli eventi, li rende in una soggettiva ironica e scompigliata, troppo piccoli quando sono guardati dall’alto (dalla piramide Cestia su cui è montata una mitragliatrice), indecifrabili quando sono visti dal basso, nel cuore confuso di un combattimento che ha le movenze smarrite della lunga corsa di Fabrizio Del Dongo tra i fumi e le urla del campo di Waterloo. Il Palladino interprete segue il flusso senza riserve, iscrive corpo e voce nel ritmo della scrittura e, poiché il suo verso non è mai prevedibile, non esita a lanciarsi per la china delle sue precipitose cadute a terra, a mimare il rumore della battaglia, il dolente stupore dei corpi sballottati, l’urlo, il tonfo, l’imprecazione, oppure a impennarsi in quelle improvvise verticalizzazioni nel miraggio e nel sogno con cui il racconto sconfina dal realismo della Storia e diviene, contro di essa – contro il suo fiume indolente carico di affogati – affabulazione. Non è un narratore immobile, Palladino, è un attore suggestionato dalla stessa danza di morte che porta Franco, Alfredo Cerasoli detto “er marcavisita”, il veneto Bordin, a sacrificarsi senza averlo mai veramente desiderato per una patria che con il Re e Badoglio li ha appena abbandonati, spalleggiati soltanto dal popolo di Roma che spunta da ogni vicolo, da ogni casa, armato (quando va bene) con il fucili del 1891. L’antifascismo trasale, ma come un grido esacerbato sulla schiuma della guerra: umano, popolare, senza bandiera – è il “ci avete rotto” delle quattro giornate di Napoli. E persino la patria perduta l’8 settembre ritrova un cenno, la bellezza di uno squarcio quando, nel silenzio irreale che precede lo scontro a Porta San Paolo, un soldato siciliano intona il “Va pensiero…” verdiano. Ma è anch’esso il commovente fantasma di una ballata che di profondamente politico ha soprattutto la logica rovesciata che ne scandisce il controcanto: verso che resiste nella prosa del mondo che lo sommerge, voce di chi in capitolo non aveva voce, eroismo di chi non si voleva eroe, ricordo di chi non ha lasciato alcun ricordo – storia salvata da chi la Storia abitualmente non la fa, ma la subisce.

La battaglia di Roma – Motivazioni didattiche

Lo spettacolo è particolarmente indicato agli studenti di scuola media inferiore e superiore, per il taglio storico contemporaneo del tema trattato. La battaglia combattuta in difesa di Roma il 10 dicembre 1943 a Porta San Paolo, da carabinieri, bersaglieri e granatieri di stanza nella capitale, oltre alla partecipazione diretta di numerosi civili, segnò l’inizio della resistenza romana. Da quell’episodio nacque il primo germe della seconda rivoluzione istituzionale di Roma: come dall’ingresso dei bersaglieri attraverso la breccia di Porta Pia si passò dal Papa Re alla monarchia Sabauda, con l’estrema difesa della città causata dalla fuga del Re dalla capitale maturò la volontà di passare dalla monarchia alla Repubblica italiana.

La battaglia di Roma – Lo spettacolo

“Come fo’ m io a spiegà lo stroligà de la capoccia li straveri dell’anima quanno li minuti che passaveno ereno macigni de Sisifo e tutti guardavamio all’imbocco de via Ostiense come ar fiume de Caronte: erimo lì sospesi, tra la croce de San Pietro e er martirio de San Paolo, potendo passà a la storia o scomparì ner burone de la guera: quinnici secoli che Roma nun veniva conquistata dar sud, quinnici secoli e toccava proprio a noi difennela ? Tu vedi la scalogna!”

In scena un attore solo, che racconta una storia da lui scritta in versi. Versi liberi, ispirati dalla struttura stessa del romanesco, per rievocare una giornata emblematica, il 10 settembre 1943, due giorni dopo l’armistizio, quando fu combattuta a Roma la più grossa battaglia sul suolo nazionale tra l’esercito regolare italiano e le armate tedesche. Carabinieri, Bersaglieri e Granatieri, di stanza nella capitale, si ritrovarono da soli ad affrontare la reazione degli ex alleati comandati da Kesserling e desiderosi di vendicarsi del tradimento italiano. I fatti storici e i sogni privati dei compagni d’arme sono rievocati in questo testo/racconto, partendo dalla descrizione delle strade bombardate dagli americani fino al luogo della battaglia, che ebbe il suo epicentro davanti alla porta di San Paolo. Una galleria di volti del popolo e dei soldati, di volta in volta smarriti o coraggiosi, in un vortice di vita e morte come solo in guerra, in questa come in qualsiasi altra, si è costretti ad affrontare.

 

Segnalazione del Premio Tuttoteatro.com alle arti sceniche Dante Cappelletti – II edizione

La battaglia di Roma di Pierpaolo Palladino viene segnalato per il suo racconto sulla Resistenza antifascista, a Roma, oggi quanto mai necessario. Una trascrizione epica di episodi profondamente umani, cui l’autore e attore aggiunge una solida presenza nel costante confronto con la partitura musicale.

Leggi un estratto del TESTO

di e con
Pierpaolo Palladino

musiche di Pino Cangialosi
eseguite dal vivo da
Benedetto Biondo, tromba
Pino Cangialosi, pianoforte

 

 

 

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La battaglia di roma – rassegna stampa

LA REPUBBLICA
Ha la faccia smarrita d’un soldato Schwejk, la bonomia d’un poveraccio alla Jerry Lewis, e l’aria d’un involontario Tom Hanks dei “noantri”, l’autore-protagonista al Furio Camillo de La Battaglia di Roma, Pierpaolo Palladino, noto come bravo raccontatore e artigiano, ma capace, ora, per quest’epopea arciromanesca e antitedesca del 10 settembre 1943 vicino Porta San Paolo, di metter su, con la regia di Maria Teresa Pintus, un apologo-fiction pervaso di nuove consonanze e mimica sbracciata…l’odissea c’è, la morte come comare secca rende, i sor cafone funzionano, i fiatoni e i silenzi pure.
Rodolfo Di Giammarco

 

IL GIORNALE
Un manipolo d’eroi di strada e un racconto epico e umanissimo…La Battaglia di Roma è uno spettacolo-testimonianza che trasporta lo spettatore al centro della Storia grazie alla bella prova d’attore… accompagnato in scena dalle musiche di Pino Cangialosi eseguite dal vivo da Benedetto Biondo alla tromba e Mariateresa Martuscelli al pianoforte, Palladino – autore anche del testo – soffre, evoca e ricorda in un trasognato viaggio nella memoria che emoziona e convince. Magari qualche alleggerimento «colorato» e popolare avrebbe giovato a un testo che punta invece quasi unicamente sulla rievocazione e la trascrizione dei fatti. Ma a rendere La battaglia di Roma uno spettacolo necessario e quanto mai attuale è proprio la nostra epoca di sinistri ultimatum e guerre preventive e di liberazione.
Claudio Fontanini

 

ITALIA SERA
Il soldato romano Pierpaolo Palladino scrive e racconta la sua esperienza. Lo fa proprio come se avesse davvero vissuto quella battaglia del 10 Settembre 1943 (…) Ci catapulta nel suo reggimento…lo fa e ce lo racconta, Pierpaolo Palladino, in un romanesco che sapientemente colora di vita vissuta la sua piccola storia. Lo interpreta con una gestualità che ricorda i grandi del nostro teatro in un gioco di musiche, suoni e luci di grande effetto. E a volte ci sembra di essere lì, tra le schegge delle mine che saltano in aria, tra i proiettili vaganti e tra i caduti sul campo di battaglia…scritto con geniale ma semplice maestria e ce lo ha trasmesso con virtuoso talento!
Danilo Viggiani

 

IL GIORNALE
Si è guadagnato l’affetto del pubblico con spettacoli semplici, estremamente evocativi…ha raccontato di uomini e donne di sempre, di ossessioni, fobie di tutti. Senza mai perdere di vista il particolare, il dettaglio, la piega sottile, il linguaggio schietto della gente comune. Adesso Pierpaolo Palladino approda con La Battaglia di Roma, a un testo scritto interamente in versi, mescolando la storia ufficiale, i fatti nudi e crudi, con il vissuto interiore dei soldati coinvolti negli scontri. Abiti militari e occhi ben puntati sul pubblico, Palladino da anima a tante voci diverse….la sua pietà è memoria di paure ancestrali; vettore di interrogativi universali. Ecco perché questo monologo suona oggi assolutamente attuale.
Laura Novelli

 

AGENZIA RADICALE
Noto per la sua ricerca linguistico dialettale, con questo progetto Palladino giunge finalmente all’allestimento teatrale in versi e musica di quei giorni…il testo, impastato di un romanesco avvolgente e vigoroso, è ottimamente interpretato da Palladino e ben si sposa con una partitura musicale, composta da Pino Cangialosi, eseguita dal vivo e chiamata a “dialogare” continuamente con le parole, i gesti e i timbri vocali dell’interprete. Il tutto sotto l’attenta regia di Maria Teresa Pintus.
Lucio De Angelis

 

IL TEMPO
L’arte del racconto teatrale coniuga storie appassionate a interessanti prove interpretative come accade anche nel caso del monologo “La battaglia di Roma”, scritto e incarnato da Pierpaolo Palladino, diretto da Maria Teresa Pintus con musiche composte ed eseguite dal vivo da Pino Cangialosi.
Tiberia De Matteis

 

PUNTO COM
Lo spettacolo ha una forza epica struggente aprendo uno squarcio nella nostra memoria sulla Resistenza antifascista, ma che parla all’umanità – amore e morte – e non vuol porre l’accento solo sul “non passa lo straniero”.
Ornella Petrucci

L’UNITA’
Un soldato, un po’ brechtiano un po’ petroliniano, racconta da solo una storia di tanti…un testo ben scritto, in versi liberi, che passa la parola a carabinieri, granatieri, bersaglieri. E tra la descrizione di una strada bombardata e un momento di riposo dei soldati, lascia parlare anche i sentimenti. Persino in tempo di guerra, sembra dire Palladino, sguardi gesti e sfoghi riescono a commuovere. Il monologo dell’attore è scandito dalle belle musiche di Pino Cangialosi.
Francesca De Sanctis

 

LA DIFFERENZA
Pierpaolo Palladino, una battaglia contro la Storia
di Attilio Scarpellini
Il singolo è solo schiuma sulle onde. (G. Buchner)

Ecco uno spettacolo, La battaglia di Roma di Pierpaolo Palladino, che potrebbe stare senza sfigurare su qualunque palcoscenico, ma che in nessuna cornice sembra più al suo posto come nella piazzetta del Lotto n. 12 della Garbatella, dove l’abbiamo visto: circondato dai palazzi con i panni stesi, sovrastato all’inizio da un azzurro ancora impallidito dalla calura, spiato sul finire da una luna a falce che nel cielo blu scuro reggeva il filo di un’unica stella. Qui “sora nonna” deve ancora essere  leggi tutto