Intervista a Pierpaolo Palladino per Impresa di Famiglia al teatro vespasiano di Rieti il 28 settembre 2011. di Francesca Pompili

1 Pierpaolo, il tema trattato da te e tuo fratello Ivan in Impresa di famiglia è assolutamente attuale sebbene l’opera sia stata scritta dodici anni fa. Ritieni importante il testo ed i suoi contenuti in uno spettacolo essenziale e crudo come la vostra opera?

Lo ritengo fondamentale perché è il riferimento primo e ultimo che motiva sia gli attori che la regia. L’attualità dopo tanti anni di un’Italia ancora in crisi è sconcertante perché rivela l’immobilità in cui siamo immersi da più di un decennio ormai. A me hanno insegnato che l’economia è movimento, dunque se si blocca, recede. Ma la realtà ha superato la mia analisi, io parlavo di crisi dell’economia reale, oggi la finanza ha surclassato tutti scollegando se stessa dalla produzione e circolazione di beni reali. La gente è scesa in piazza per questo, non per sfasciare vetrine e poliziotti.

2 Impresa di famiglia è stato messo in piedi per una sola rappresentazione, ci racconti cosa ha spinto voi, il regista e gli attori tutti,ad affezionarsi a un progetto così in essere?

Per la coralità della vicenda, che ripropone antichi conflitti, come quello generazionale tra un padre e suo figlio che vuole superarlo perché non lo considera più adeguato ai tempi e al ruolo di leader e presume di valere di più, per l’alienazione del lavoro su cui i personaggi fondano la loro stessa identità a prescindere dagli affetti più profondi, perché è l’immagine di un’Italia amareggiata, perché forse è la scommessa di un testo “teatrale” che vuole parlare di chi siamo noi oggi, com’è normale che avvenga a cinema, dove è normale che gli sceneggiatori propongano una finestra sull’attualità, in luogo della inveterata abitudine delle programmazioni teatrali, che si limitano a riproporre sempre remake di testi classici. La domanda è: perché a teatro non si vogliono ascoltare nuove storie ?

3 Il pubblico presente a Rieti era scelto tra industriali del settore, quali sono state le loro sensazioni da “protagonisti” involontari della vostra opera?

Un’attenzione massima e un silenzio che tagliava l’aria. Un pubblico che forse, in una situazione di normale abbonamento è abituato a vedere storie rassicuranti e classici che riguardano altri mondi, non se stessi e la propria identità, bella e brutta, come allo specchio. Eravamo pieni di addetti ai lavori “dei nostri personaggi”, non dei soliti colleghi teatranti. E aggiungo: che bello!

4 Parliamo del Valle argomento a noi caro, so che fai parte di un collettivo di autori che condivide il principio della cultura come bene comune. Viviamo un periodo storico in cui invece la cultura viene spesso calpestata e messa da parte, dove si fa fatica non tanto a creare,quanto piuttosto a riuscire a mettere in scena la propria opera. Pensi che si possa fare qualcosa affinché il lavoro di menti brillanti come le vostre possa essere “donato” a chi ha fame di cultura?

Il Valle Occupato ha presentato una bozza di statuto aperta alle osservazioni di tutti i cittadini che vorranno dire la loro. Questo è un gesto di grossa apertura. Sarà utopica ? Sarà mai attuata ? Neanche la costituzione della repubblica romana fu mai attuata a causa dello “sgombero” operato dai francesi, ma la si studia ancora oggi a scuola. Attenzione però: il concetto che la drammaturgia italiana possa essere necessaria al teatro del nostro paese, sia dunque un Bene Comune, è ancora condiviso da pochi, anche all’interno del mondo teatrale. Noto delle contraddizioni pericolose e soprattutto molta ignoranza in merito. Non ci conoscono, ma sarà solo colpa nostra ?

5 Un mese scarso di prove,serrate, per arrivare ad uno spettacolo così intenso. Il lavoro di Pietro Bontempo, regista dell’opera, deve essere stato indubbiamente enorme non solo dal punto di vista artistico ma anche umano. Quali corde sono state toccate cosi bene da far si che tutti gli attori diventassero protagonisti in un opera cosi meravigliosamente corale?

Pietro ha condiviso con me e Ivan la centralità dei personaggi e dei loro singoli percorsi. La sua regia parte dal testo e si giustifica nell’allestimento di questo, a cui fa le pulci insieme agli attori. Io e Ivan abbiamo cercato di approfondire e superare il testo iniziale, sviluppando le potenzialità che emergevano in corso di prove. Un lavoro di scavo e maturazione a cui hanno preso parte anche gli attori con proposte di varianti che noi due poi elaboravamo a modo nostro. Questo metodo di lavoro condiviso non è sempre proponibile, dipende dalla buona volontà e dalla disponibilità a mettersi in gioco dei singoli, per creare il clima giusto. Siamo stati fortunati perché la coralità del testo è diventata una scommessa collettiva e appassionante già nel gesto di dare il massimo, anche se per una sola replica. E se la politica è “partecipazione” il nostro è stato anche un gesto politico.

6 Mia nipote di dieci anni al termine della recita di fine elementari,tra le lacrime di alunni e insegnanti per l’inevitabile passaggio alle medie disse: “Ma se dicono che siamo così bravi, perchè ci dobbiamo separare”? Ti giro l’ingenua considerazione…è talmente bello quello che avete fatto che non possiamo non rivederlo in giro per i teatri….

Speriamo ! Il problema della distribuzione è centrale e potenzialmente tragico (laddove non si intravvede un lieto fine). Che speranze ci possono essere di una ripresa dello spettacolo? Io sinceramente non lo so, vorrei crederci e ci proverò, ma la situazione teatrale è di un’incertezza assoluta. Il timore è quello di non riuscire neanche a capire quali siano gli interlocutori ai quali rivolgersi e questo per mancanza di un distributore che abbia i contatti giusti. I distributori sono in crisi perché sono in crisi i circuiti, come i produttori, gli stabili, il mibac, San Genesio protettore ha finito le sue lacrime e le maestre rischiano il licenziamento…anche il mio debutto sul palco è stato in quinta elementare. Non l’avessi mai fatto…!!!